Seduta sotto la capannina arrugginita e scorticata della fermata, apro il portafogli ed estraggo l’abbonamento. Lo osservo orgogliosa come un bambino quando tiene in mano la figurina che completerà l’album dei calciatori. Per non farlo sgualcire, papà mi ha comprato un porta documenti di quelli trasparenti. Una signora si avvicina, lascia cadere le buste della spesa e sospira. “Quanto vorrei una bella macchina. Usata, mica nuova. E’ una vita che prendo questi maledettissimi bus.” “Io invece prendo i mezzi da poco.” “Ti si è rotta la macchina? Te l’hanno rubata?” “E’ rotta da quando sono nata. Purtroppo non si può né aggiustare né sostituire”. La signora mi guarda diffidente e timorosa. Non faccio più caso a questi occhi che mi scrutano. Sono tanto invisibile quando concreta e tangibile quando la gente mi osserva con un misto di curiosità e paura, per analizzare i miei movimenti e scoprire dove sta l’inghippo, la fregatura, il problema. Per dar fiato alla bocca e dire: è strana, malata. Guarda come fa, come muove le mani. E lo sguardo perso nel vuoto? E’ la loro rassicurante conferma di essere normali. Sulla sinistra, il bus arranca lungo la strada. Salgo e saluto l’autista. Sa già dove devo scendere, mi conosce, ci conosce visto che anche altri miei colleghi prendono questo bus per andare al lavoro. La cosa bella è che da qualche tempo e senza che nessuno di noi lo chiedesse, hanno “inaugurato” una nuova fermata a pochi passi dall’exFadda, dove si trova il ristorante. All’inizio mi accompagnava mio padre. Ogni giorno la sua vecchia Punto macinava quaranta chilometri, venti all’andata e venti al ritorno. Qualche settimana dopo si era organizzato coi genitori degli altri ragazzi e facevano a turno. Facevamo il giro dei paesi per recuperare i ragazzi e poi dritto verso San Vito dei Normanni. Un giorno però mi sono incazzata e ho urlato ai miei che sarei andata al corso con le mie gambe. Allarmati ne hanno parlato  prima con il Dottor Greco del Centro di Salute Mentale che mi tiene in cura, poi con i formatori e gli psicologi del corso. Controvoglia, i miei hanno accettato le ragioni a mio favore. Rendermi più autonoma mi aiuterà a combattere ancora di più la malattia e forse anche i miei scatti d’ira.                     Ho qualche problema con la testa. “Arriva la matta!” Così mi salutavano i compagni di scuola e al mio arrivo ridacchiavano dandomi le spalle. Inizialmente le bambine avevano cercato di non escludermi. Un po’ per compassione e un po’ di più perché la domenica Don Luigi invitava tutti a tendere la mano verso il bisognoso, perché se no, si finisce all’inferno. Un giorno però, durante il compleanno di Isabella, mentre tutti erano in salotto a bere Fanta e a mangiare sandwich al prosciutto crudo, sgattaiolai nella sua cameretta e decapitai tutte le sue bambole. Quel genocidio mi costò caro, fui allontanata da tutti. Per fortuna non soffrivo. Durante l’intervallo restavo in classe, scartavo la merendina scoppiandola tra le mani sperando di spaventare qualcuno, mi affacciavo alla finestra e guardavo le bancarelle di frutta e verdura nella piazza sotto. La maestra era turbata. Quando faceva l’appello e arrivava il momento del mio nome, lo pronunciava velocemente per poi passare subito al successivo, tanto che non avevo nemmeno il tempo di rispondere. Allora gridavo a voce alta: presente! sventolando la mano fino a quando la maestra non era costretta a  guardami e a fare si con la testa. Non ce l’ho con lei anzi, se non fosse morta sarei contenta di farle sapere che ho trovato un lavoro. Non quelle cose inutili che non ti fanno quagliare nulla, o quegli impegni pietosi che mi dava Don Luigi solo perché mia madre lo supplicava di tenermi qualche pomeriggio occupata. Lavoro in un ristorante. Cercavano sedici disgraziati come me da inserire nell’ambito della ristorazione e nella gestione di un orto sociale. Formazione di sei mesi e poi altri sei mesi di lavoro retribuito. Dopo qualche tentativo di discussione pacifica coi miei che si alternava a rabbiosi scontri, presentai la mia candidatura. I colloqui furono proprio come li avevo sognati ascoltando i racconti di mio fratello Michele quando teneva gli esami di Economia, e dopo la laurea quando cercava lavoro. Ero spaventata e piena di grinta. Era la libertà di scegliere, la forza di quando da bambina imparai ad andare in bicicletta senza rotelle. Quando mi chiesero cosa avrei voluto fare, risposi a bruciapelo l’aiuto cuoco. Quando però vidi Giorgio e Roberta con la zappa a sollevare il terreno e a piantare pomodori, provai un po’ di invidia. Volevo imparare a fare tutto, un anno è un tempo troppo breve. Abbiamo cominciato il corso ad agosto. Ho imparato a maneggiare un coltello, ad affettare una cipolla, a preparare il soffritto. Sentire l’odore dell’aglio e della cipolla sulle mani mi fa sentire un’opera completa. Strappare le foglie di basilico e menta, annusarle fino quasi ad aspirarle nel naso, è un valzer di endorfine nel mio cervello sgangherato. Chi lo aveva mai maneggiato un coltello come quelli che usa lo chef? A casa sbattevo le uova per la frittata, facevo cadere lo zucchero a velo sulla torta di mele. Non potevo nemmeno sfornarla una torta dopo quella volta in cui mi bruciai e scaraventai sul pavimento il tegame di pasta al forno. I miei ancora non ci credono. Prima ero solo materiale di scarto, ero la cornice di un quadro. Xfood mi ha riciclato come si fa con la plastica e la carta, mi ha spostato al centro di questo quadro. Io e i miei colleghi eravamo un gruppo di poveri panchinari ai margini del campo. Ci siamo trasformati nei titolari della più grande partita.