Quando lessi il copione di Math Tales – La Giungla rimasi perplesso. Dopo anni di onorato e rispettabile servizio, io, Re della giungla, il ruggito più famoso della savana, avrei dovuto recitare da comparsa in un’app per bambini di 3 anni? Un’app che dovrebbe, udite udite, insegnare la matematica ai giovani umani? “Stiamo dando i numeri – pensai - altro che matematica”.   Fu il mio agente a convincermi. “Sono tempi difficili, caro Leo. Scegli: o questo o il circo”. Aveva ragione, anch’io avevo un mutuo da pagare. Mi tappai il naso ed entrai a malincuore nel cast.   Mi bastò qualche secondo sul set per pentirmi della decisione. Niente orari, schiamazzi, pianti di bambini e una scimmietta impertinente che scorrazzava dappertutto, anche nel mio camerino. Che sacrilegio! Un vero delirio.   Venne il momento della mia scena, l’unica. Il corposo vociare degli altri animali brulicava nella verde radura digitale, dominata da un pulpito di rocce accatastate alla meglio l’una sull’altra. Dovevo arrampicarmi lassù, ruggire e zittire gli astanti.   Al ciak non persi un solo attimo e mi arrampicai. Tutti gli animali della giungla erano lì sotto, a fissare con la dovuta riverenza la mia chioma fluente. Ero statuario, imperioso, come nelle pellicole sbiadite che ritraevano il mio glorioso passato.   Presi fiato per emettere il suono più gutturale, profondo e maestoso possibile, ma non si udì nulla, se non la risata stridula della dispettosa scimmietta e l’ennesimo pianto fanciullesco in sottofondo. Intravidi nel fogliame la disperazione dei tecnici per l’ennesimo bug della giornata.   “Basta, me ne vado!”. Al diavolo le raccomandazioni del mio agente, al diavolo il mutuo da pagare, al diavolo tutto. “Sono o non sono il Re della giungla? – mi interrogai – Non voglio più far parte di questa accozzaglia di attori scarsi e sviluppatori inconcludenti”.   Tornai in camerino, presi alla rinfusa le mie cose, aggirai con cura gli insopportabili scherzi di quella dannatissima scimmietta. Dalla porta socchiusa entrò intanto una bambina. Incurante della mia presenza, s’avventurò a carponi fra le insidie del disordine e delle infime trappole. “Ferma!”, le gridai, con insolito sentimento protettivo. Inciampai in una corda tesa e franai rovinosamente sul pavimento. “Dannata scimmietta”, sussurrai. La bambina però rideva di gusto, così forte da richiamare nel camerino la regista, tutta trafelata.   “Signor Leo, cosa fa? – mi interrogò la regista, mentre prendeva in braccio la bambina, divertita - Ci sta abbandonando?”. “Sì, è tutto così improvvisato qui – mi giustificai – La figuraccia che ho appena fatto, questo disordine, quella maledetta scimmietta… Non ne posso più”. “Capisco  – mi rispose la regista - posso spiegarle tutto”. E prese a raccontarmi la sua storia.   La bambina che piangeva durante le riprese e che ora sorrideva beata fra le braccia della regista era sua figlia, nata pochissimi mesi fa. L’ispirazione per quell’app le venne subito dopo aver scoperto di essere in dolce attesa. “Avevo sempre sognato di dedicarmi in qualche modo all’educazione dei bambini – mi confessò – Poi un giorno è arrivata lei. Mi dissero che dovevo immediatamente smettere di lavorare, ma io non conosco il significato della parola riposo. Mollai tutto e mi misi a studiare. Ed ora eccoci qui. Certo – proseguì – qui è tutto in disordine, da quando è nata lei non ci sono orari, non ci sono regole. C’è solo voglia di andare avanti e far crescere questo progetto”.   Mi vergognai tantissimo e arretrai. Al leone si sostituì un innocuo gattino appena colto in fragrante nel mezzo di una marachella. “Le idee sono come i bambini – sentenziò la regista - Arrivano quando meno te le aspetti, le accogli con passione ma necessitano di pazienza e dedizione per farle crescere al meglio”. Riprese la bambina con sé, socchiuse la porta e si allontanò.   Tornai sul set. Tutti avevano già dimenticato il mio ruggito a vuoto di qualche minuto prima. Dopo un iniziale scoramento, i tecnici avevano ripreso il loro lavoro. Nuovi fiori fecero capolino nella verde raduna digitale. Il piccolo promontorio di massi assunse una veste più gradevole e verosimile. La giungla rumoreggiava. Fiero, balzai in cima al cumulo di massi. Una leggera brezza di bit attraversò la mia criniera. Ruggì, e tutti laggiù tacquero all’unisono. Ci fu qualche secondo di silenzio, quindi il ciak dell’operatore e l’applauso della troupe. La regista e la bambina sorrisero soddisfatte.   Anche dalle difficoltà e dalle imperfezioni possono nascere cose belle. Nonostante la scimmietta.