Porsi nella condizione del fare innovazione al sud ha significato per molto tempo, salvo rare eccezioni, assumere il ruolo del hidalgo di Cervantes nel quale sono bizzarramente mescolati elementi del genere picaresco con quelli del romanzo epico-cavalleresco. Seppur alle nostre latitudini declamare periferie attiene ancora ad un’operazione salvifica di simbolico risarcimento verso territori cronicamente svantaggiati sembra che, proprio questa condizione, dia vita tal  volta a congiunture favorevoli e ricerche singolari. Quella portata avanti dalla rete di imprese Smetwork appartiene sicuramente a quest’ultima fattispecie. Battezzata sotto il segno delle antichissime tradizioni artigianali e della ricchezza dei materiali naturali offerti dalla nostra regione e riunite sotto l’impulso creativo di un giovane imprenditore, tre diverse realtà, da tempo attive nella processo di utilizzo del materiale lapideo per l’edilizia e nella lavorazione della pietra hanno così iniziato ad operare con la forma del network. Quello che le accomuna non è solo il settore merceologico in cui sono attive, bensì la volontà comune di valorizzare ed esportare nel mondo le grandi risorse naturali e produttive della Puglia rendendole tecnicamente idonee nel percorrere il mercato globale. Le diverse esperienze pregresse e le differenti peculiarità realizzative hanno così spinto queste tre realtà dislocate nei pressi dei più importanti bacini estrattivi della regione, tra Bari, Altamura e il salento, a fondersi in una rete d’impresa che, in un momento di congiunture economiche sfavorevoli per il settore edilizio, rafforza e moltiplica le rispettive capacità produttive senza però stravolgere le singole identità aziendali. In questo ambito, il ricorso alla tecnologia progettuale unito alla concezione artigianale del produrre, ha consentito al network di porsi sul mercato come un interlocutore in grado di recepire e realizzare qualsiasi progetto, dall’oggetto di design alla realizzazione di opere edilizie complesse. La figura più propulsiva della rete, Pietro Monitillo, ha chiaramente la singolare freschezza del giovane imprenditore che si è formato occupando progressivamente tutte le posizioni lavorative all’interno della sua azienda familiare. È al contempo un portatore sano dei segreti dell’artigianato, pacato e misurato ma anche capace di farsi promotore e interprete delle piccole agitazioni culturali che stanno interessando, nell’ambito  del progetto e del design, tutto il tessuto produttivo regionale. L’aspetto più interessante di questa figura è, però,  la fede incrollabile nell’opportunità di lavorare facendo “rete”, cui ricorre come un mantra per privilegiare la priorità degli asseti relazionali anteponendoli a quelli economici. Quello che ne consegue è una ruota giratoria che veicola le idee utili a stimolare simpateticamente nuovi processi di collaborazione. È così che nasce nel 2010, nel pieno centro storico dell’Altamura federiciana un “Laboratorio di idee”, un luogo per la formazione continua, che ha l’ambizioso fine di generare ulteriori percorsi progettuali e comunicativi che consentano di liberare la creatività, l’intelligenza, e l’energia delle persone e di orientarla verso l’esterno, aprendo una finestra sul mondo dei manufatti in pietra naturale nel luogo in cui, facendolo, si pone un corto circuito tra passato e presente, tra conoscenza e lavoro, tra tradizione e modernità. La pietra diventa, proprio in questo posto, nello spazio ipogeo allestito a pochi metri da una delle cattedrali romaniche più importanti del sud italia,  la materia ideale per le forme preferite dalla mente. È così che gravità della materia e levità delle idee tramutano l’attitudine al progetto in un discorso aperto che fa propri i temi della tradizione storica pugliese. Ed è lungo questo stesso sentiero che nascono, dalla collaborazione con giovani progettisti pugliesi e internazionali, alcuni oggetti apparentemente sospesi in una dimensione senza tempo: Corbis, realizzato in Biancone di Minervino e legno di quercia, che evoca l’immagine vernacolare di un secchio della mungitura, e  la fontana  realizzata in Mazzaro di Gravina segnata indelebilmente con i versi dell’Odissea in cui dialogano l’elemento dell’acqua con quello della pietra. Habita invece è un’interpretazione in chiave iconica del concetto di domus, simbolo iconico dell’appartenenza ad un territorio. Ma il risultato forse più incredibile congeniato in questo crogiolo alchemico è la panca  Apulia, progettata come versione stratigrafica e orografica della regione, in cui la geografica si confronta con l’ergonomia delle lastre affiancate verticalmente, ciascuna di un tipo di pietra originaria e corrispondente ad un differente bacino estrattivo. Quando si guarda a questa rete di imprese, costituita Monitillo Marmi di Altamura, Damiani Marmi di Bari e Pietram di Aradeo insieme con altre 3 aziende di secondo livello, non si può non notare la spiazzante innovatività che non risiede tanto nella capacità di riunirsi intorno un'unica determinazione quanto, piuttosto, nel saper porre la contrapposizione tra freschezza dell’approccio alla gravità della materia come un corto circuito che proietta queste endiadi in un processo di cambiamento. E non si può nemmeno fare a meno di ricordare, a tal proposito, la conversazione tra Fernando Távora e Álvaro Siza in cui lo studioso portoghese, citando un documento del Seicento, definisce il secondo come “Muratore di opera grave”, il maestro che pratica l’architettura, che costruisce con la pietra o con un altro materiale; l’opera è un’opera ‘grave’, vale a dire seria, importante, significativa, meditata, frutto del pensiero ragionato dell’individuo colto. La produzione del network, che raccoglie segni di architettura e forme archetipiche di una Puglia arcaica e immaginata, forse non più esistente, è incentrata su un percorso di lettura volto alla ricerca di un dialogo tra la produzione e la realizzazione dei manufatti, intendendosi il pensiero e la pietra come la pratica dell’architettura stessa. In definitiva guardare a questo modello di organizzazione aziendale offre l’occasione propizia per misurare come, l’incrocio dei molti fattori che determinano le condizioni periferiche dell’agire imprenditoriale nella nostra regione, possano essere capovolte attraverso un cambiamento virtuoso, ostinatamente ricercato, capace di generare vantaggi reciproci nell’invertire su se stesso il processo che evolve dalla produzione artigianale a quella industriale. Forse allora, solo ripercorrendolo a ritroso un modello di sviluppo che è stato solo quantitativo, con l’obiettivo di farsi avanguardia dei gamberi, si può ripensare ad un modello di sviluppo sostenibile per la nostra terra. Un percorso che segnali il cambiamento di un paradigma e che si attua investendo in ricerca, in cultura e in formazione, quali elementi fondamentali per la crescita, ma che ha le basi fortemente ancorate in un passato in cui il mondo della produzione seguiva modelli culturali legati al territorio.