C’era una volta una storia che veniva da lontano. Era triste e sola. Soffriva perché non aveva nessuno che le desse uno spazio per raccontarsi, parole e immagini per esprimersi. Vagava di bocca in bocca tra le chiacchiere distratte della gente, assumendo ogni volta una coloritura diversa perché ognuno la esprimeva a modo suo. A furia di parole cambiate, la storia si sentiva strana e un giorno guardandosi allo specchio non si riconobbe più. “ Chi sono io? Qui non c’é né capo né coda, sono tutta disordinata e confusa: il filo che teneva insieme tutti i pezzi si è annodato e ingarbugliato. Ahi che male! Forse sarà meglio che prenda una forbice e mi tagli in tanti pezzettini. Il vento spargerà le mie parole in tanti posti sulla terra e chissà, magari qualcuno prima o poi sarà in grado di ritessere il filo, ricostruendomi per come ero davvero.” Così la storia si spezzettò tutta, in suo aiuto accorse l’amico vento che soffiò delicatamente sui suoi frammenti e li sparse dappertutto. Quel giorno le persone videro uno spettacolo incredibile: parole e immagini vagavano nell’aria. Il traffico impazzì: le immagini si posarono sui parabrezza delle automobili, le parole si attaccarono sulle vetrine dei negozi e alcune, le più vivaci, entravano addirittura nei supermercati non consentendo più a nessuno di fare la spesa. I politici decisero allora di risolvere il problema con un grande aspirapolvere: le parole e le immagini sarebbero state aspirate via, smettendo di infastidire i cittadini. Dopo la sparizione dei pezzetti di storia sembrarono tutti più sereni, ma la tranquillità durò poco perché ben presto nessuno fu più in grado di raccontare nulla. Il silenzio regnò sovrano: non c’era più storia. Tutto divenne grigio e spento. La violenza s’impossessò delle persone: ovunque fu caos. In questa situazione, un gruppo di archeologi si organizzò per intervenire: armati di torce, ago e filo, ricercando tutte le parole e le immagini che furono buttate nella discarica dall’aspirapolvere. Utilizzando varie fonti a loro disposizione, si impegnarono a ricostruire la storia originaria. Si trattò di un lavoro lungo e complesso e talvolta osteggiato da coloro che ritenevano la storia senza alcuna importanza. Gli archeologi, con impegno e fatica, iniziarono a riordinare la storia; erano consapevoli della necessità che la cultura di un luogo dovesse essere conosciuta da tutti: senza non ci sarebbe più potuta esserci alcuna conoscenza. Sapevano che avrebbero potuto attirare la gente con la meraviglia. Per questo crearono una fabbrica di storie, dove sviluppare progetti poco costosi che consentissero la diffusione più ampia possibile della narrazione. Inventarono un metodo magico, basato su fonti rigorose e formali: lo chiamarono Swipe Story. Misero insieme parole e immagini con l’utilizzo di un computer e si trasformarono nei maghi e nelle maghe dello Swipe Story Team. Bastava la prodigiosa formula magica “swipe” perché ogni parte della storia tornasse come d’incanto al suo posto, ma in un modo tutto nuovo: la storia diventava mobile e tridimensionale, felice di potersi raccontare in libertà con le sue parole e le sue immagini. Libera di spostarsi nello spazio e nel tempo del racconto, senza grovigli. Così ogni luogo storico della terra tornò a riacquisire il senso perduto e la gente riscoprì la meraviglia del racconto. E lo Swipe Story Team? Come nella più bella delle fiabe divenne un’impresa: si occuparono di ricreare trame di parole e immagini, sempre pronti a diffondere tra la gente il magico fascino del racconto. Perché c’era una volta, c’è e ci sarà.