Seduta sotto la capannina arrugginita e scorticata della fermata, apro il portafogli ed estraggo l’abbonamento. Lo osservo orgogliosa come un bambino quando tiene in mano la figurina che completerà l’album dei calciatori. Per non farlo sgualcire, papà mi ha comprato un porta documenti di quelli trasparenti. Una signora si avvicina, lascia cadere le buste della spesa e sospira. “Quanto vorrei una bella macchina. Usata, mica nuova. E’ una vita che prendo questi maledettissimi bus.” “Io invece prendo i mezzi da poco.” “Ti si è rotta la macchina? Te l’hanno rubata?” “E’ rotta da quando sono nata. Purtroppo non si può né aggiustare né sostituire”. La signora mi guarda diffidente e timorosa. Non faccio più caso a questi occhi che mi scrutano. Sono tanto invisibile quando concreta e tangibile quando la gente mi osserva con un misto di curiosità e paura, per analizzare i miei movimenti e scoprire dove sta l’inghippo, la fregatura, il problema. Per dar fiato alla bocca e dire: è strana, malata. Guarda come fa, come muove le mani. E lo sguardo perso nel vuoto? E’ la loro rassicurante conferma di essere normali. Sulla sinistra, il bus arranca lungo la strada. Salgo e saluto l’autista. Sa già dove devo scendere, mi conosce, ci conosce visto che anche altri miei colleghi prendono questo bus per andare al lavoro. La cosa bella è che da qualche tempo e senza che nessuno di noi lo chiedesse, hanno “inaugurato” una nuova fermata a pochi passi dall’exFadda, dove si trova il ristorante. All’inizio mi accompagnava mio padre. Ogni giorno la sua vecchia Punto macinava quaranta chilometri, venti all’andata e venti al ritorno. Qualche settimana dopo si era organizzato coi genitori degli altri ragazzi e facevano a turno. Facevamo il giro dei paesi [...]